sabato 4 febbraio 2017

John Wetton e la voce che sa di muschio

Ricordo nitidamente Carlo Massarini quando presentò per la prima volta una canzone degli Asia, "Only Time Will Tell". La voce di John Wetton sembrava scaturire da un bosco inglese, in una brividosa alba di un autunno mite, con le mani in tasca dentro jeans sapientemente rovinati, l'alito appiccicoso dell'appena svegli e che buttava fuori umidità, un sorriso di un amico, l'ennesima sigaretta fumata a metà. 
Era una voce che sapeva aggredire ma soprattutto sedurre, con una gamma infinita di colori e di luci. E stiamo parlando di una canzonetta pop, peraltro raccontata da un video di rara bruttezza.
Dopodiché entrai nel mondo dei King Crimson e degli UK pressoché contemporaneamente. E lì il nostro amico mi cambiò la visione della musica. 
John Wetton suonava magnificamente anche il basso, con un approccio da macho duro e spietato con le donne, piazzandogli contro però questa sublime voce da disperato adolescente con l'aspetto già da adulto.
Non c'è canzone cantata da John Wetton che non sia una scuola di canto per neofiti. Non c'è una pausa o un silenzio che non siano perfetti, spontanei e studiati. Non c'è momento sperimentale dei King Crimson in cui il suo basso non sia l'impeccabile alfiere della spedizione sonora.
E del resto conferma(va) l'acuta attitudine di Robert Fripp di andarsi a scegliere sempre voci così impeccabili e sontuose, di più-o-meno bassisti, che coincid(ev)ano con la sua visione dei suoni e dei silenzi (ahimé, ne sono morte già tre su sei).
Nella mia particolare classifica di buon ascolto, metto al primo posto "Book Of Saturday", subito dopo "Exiles" e "Fallen Angel", quindi "The Night Watch", infine tutte le altre, indistintamente.
Paradossalmente, il mio CD preferito, però, non è crimsoniano: ma il primo e omonimo degli U.K., dove Wetton prende in mano le melodie e le nobilita con la sua voce al muschio albeggiante.
Secondo l'autobiografia di Bruford, Wetton aveva poca autostima. Non mi meraviglia, ma per un semplice motivo: fosse stato consapevole della sua inimitabile eleganza, sarebbe diventato stucchevole e presuntuoso come Sting. Il cronico disagio di Wetton, insomma, è stata la sua linfa artistica. 

Spero solo che adesso che sta lì nella Stanza della Musica di Sempre, possa finalmente rendersi conto di cosa diamine abbia lasciato nei nostri cuori.
So long, John Wetton.

sabato 28 gennaio 2017

intorno al saggio personale di Simon Critchley su David Bowie

Quello di Simon Critchley è un libro bello, a tratti commovente, sicuramente stimolante, ogni tanto anche istruttivo.
Appartiene a quel filone di libri densi-ma-comprensibili che solo gli anglosassoni sanno scrivere con invidiabile disinvoltura; addirittura riesce a coniugare la prospettiva personale con quella del dotto e acuto filosofo che sa leggere e interpretare ben oltre le solite canoniche visioni crociane che tanto ammorbano invece i saggi nostrani.
Oltretutto, e qui sta il vero punto, l'autore ammette platealmente di forzare la mano, di entrare nell'opera omnia di David Bowie con fare fazioso e filtrato dalle proprie passioni.
Utilizza cioè la premessa di una "personalissima opinione", assumendosene la responsabilità. Se ci pensate bene, quando noi italici diciamo "personalissima opinione", ci releghiamo in un ipotetico angolo, quasi come se l'avere un'opinione personale sia un reato da ammettere preventivamente. È un comportamento che mi sfugge e che addirittura mi irrita.
E la cosa ancora più seccante è che quando scriviamo saggi assimilabili a quello di Critchley, anziché avere l'onestà intellettuale di premettere tale attitudine - ma con fierezza, diamine - ci sproloquiamo addosso con frasone ad effetto, magari con la protervia dello "spiegare bene" perché tanto gli altri non ne hanno la capacità naturale di spiegarselo da soli.
Abbiamo, cioè, la strana visione distorta che la nostra documentazione (spesso facile e affrettata, peraltro) sia l'unica e incontrovertibile, anche quando i fatti ci darebbero torto. È capitato recentemente a Donato Zoppo quando ha scritto il suo pessimo saggio sui testi dei King Crimson, càpita nel giornalismo nostrano quando ilPost o Wired salgono in cattedra deformando la realtà in base a un preconcetto di comodo di partenza.
Il tutto è un miscuglio di faziosismi non ammessi, di ricerche di parte, di letture forzate, di pervicace uccisione della realtà reale.
Quand'ho letto Critchley, non mi sono sentito un cretino trattato da cretino: mi sono sentito a casa, in salotto, con del buon Laphroaig nel bicchiere, in compagnia di un amico che mi ha accompagnato dentro la sua vita e dentro la musica di David Bowie, e dentro la sua vita accompagnata dalla musica di David Bowie, ma anche dentro la musica di David Bowie come stimolo per viaggiare dentro il mondo e la mente di David Bowie stesso.
E mentre leggevo, scoprivo cose in comune con questo amico immaginario, ma soprattutto mi riempivo di dubbi, di incertezze sia musicali che personali, con una irrefrenabile voglia di riascoltare certi brani, di rileggere certe parti del libro, di andare oltre cioè la dottrina tipicamente propedeutica e rigida del saggismo all'italiana.
E, ciliegina sulla torta, è un testo pubblicato da Il Mulino, che non mi sembra una casa editrice così elastica e disposta verso le frontiere aperte e coraggiose di David Bowie, uno dei più grandi geni della musica di sempre.

domenica 27 novembre 2016

cercando la Cuba che è in noi

Cuba, otto anni fa, forse nove.
Avevamo appena terminato di pedalare per oltre 300 chilometri, lungo tutto il nord dell'isola, incontrando un mondo che neanche il migliore Hemingway avrebbe mai saputo raccontare... oddio, forse le mani piene di dita de Il vecchio e il mare conservano gelosamente sotto la pelle arrugginita quell'idea di Cuba che mi porto addosso da sempre ma che non so interpretare.
Un'idea romantica, forse inesistente, sicuramente non isterica e opportunista alla Yoani Sánchez, o - viceversa - retorica e zeccosa di quelli che inneggiavano a Cuba Libre senza ricordare che quella castrista è stata una feroce e sanguinosa dittatura.
Però: girare dentro quel mondo, partendo dal basso - quello "vero" - incontrando volti e realtà che neanche il turista meno plastificato riuscirebbe a incontrare... quei volti pieni di grazia e di fierezza, ma anche colmi di un'oscurità che si respirava anche nell'aria, dentro quegli occhi pieni di domande, come fossimo dentro uno zoo... noi gli animali, però.
Il gruppo aveva deciso di prendersi una mezza giornata di riposo ai bordi di una piscina senz'acqua, di un albergo ex glorioso, ma in quell'oggi con gli ascensori guasti e le stanze consunte da cui uscivano insetti apocalittici. Una giornata di riposo, ma non per me.
Decisi di seguire il Malecón fino a dove sarei potuto arrivare, quella lunghissima arteria stradale con meno buche di Roma, che accarezza l'Oceano, da dove leggenda vuole che nei giorni limpidi si possa vedere distante Miami ma vicinissima la libertà americana. Basta un barcone, una chiatta, e puoi rincorrere il benessere senza tanti sforzi.
Armato di una reflex digitale e di un pacchetto di sigarettini cubani alla crema, cominciai a mischiarmi dentro la quotidianità della gente. Vestito da turista lo ero, per carità. Ma dovevo avere una faccia così affamata di tutto, che quasi passavo inosservato: ero troppo oltre ogni standard turistico.
E, come ti sbagli, incontrai il parente di un parente di un parente di Bologna che mi chiese soldi e ospitalità in Italia; notoriamente, a Bologna è pieno di parenti cubani... poi mi fermò una prostituta più giovane di mia nipote: due occhi verdi che avrebbero imprigionato persino Ulisse... alla fine arrivai nella piazza antistante l'ambasciata USA, dove strozzavano il vento del persempre delle triangolari bandiere cubane dedicate ai caduti della primissima ora. Anziché di nero, come recita Google, erano listate con i colori cubani, perché quello era l'anno del cinquantenario. Ogni pilone porta con sé nomi evocativi: da Marx ad Engels, passando per gli eroi più o meno locali.
E poi mi si avvicina un vecchio, i cui denti erano ormai dispersi, sparpagliati durante qualche rissa di lustri fa. Biascicò qualcosa che il mio finto spagnolo non poteva certo comprendere. Gli offrii un sigaretto, anzi due. Mi sorrise e si chinò leggermente: da ora in poi saremmo stati fratelli... e mi fece fotografare di tutto: amici pescatori, case catapecchiose, strade oscure, realtà misteriose, occhi, volti e racconti... avevo Cuba ai miei piedi. Tornai in albergo dopo un'ora, con la memoria colma di storie. Ciao ciao, Hemingway!
La sera stessa, Raul Castro fece il suo discorso commemorativo. Restai ammaliato davanti al televisore, pensando alla mia Cuba inesistente, alla Rivoluzione eterna, Eterna Rivoluzione Insanguinata.
E forse proprio in quel momento, rimembrando da lontano il volto di quel vecchio - con il sottofondo delle parole di Raul, compresi cosa fosse la mia Cuba e quale invece poteva essere la realtà. Ma non riuscivo a scriverla, a raccontarla, a darle un senso.
Otto anni dopo, magari nove, cioè ieri, ho trovato forse una risposta. 
Appena saputo della morte di Fidel, ho posto una domanda 2.0 dentro una chat d'ufficio (in cui sicuramente si parla di cose più sensate): che differenza c'è tra come vivono i cubani e come viviamo noi? Solo nelle "cose" possedute o anche nella libertà? Per carità, noi siamo "liberi"... però: da cosa? E come?
Lo so, sono domande stupide, apparentemente da irritantissima zecca che non ha il minimo rapporto con la realtà. Una collega ha risposto così
Le "cose" che abbiamo sono spesso la scusa migliore per arrendersi alla libertà surrogata. Lavoriamo per conquistarci alibi che presupporrebbero un coraggio superiore. La libertà ha un prezzo altissimo da pagare. Quella vera non è uno stile di vita, è una conquista. E parlo principalmente a nome mio che ho scelto liberamente come gestire il tempo e il lavoro e dietro a questa scelta nascondo paure più grandi. A volte semplicemente si sceglie di non essere completamente liberi perché certe regole, certi spazi confortano paure più grandi. Non so se è questo che intendevi, però ecco, per me è così.
Hasta la victoria. Siempre...

lunedì 14 novembre 2016

The elements of King Crimson tour 2016 - Il concerto di Roma

Narra la leggenda che nei credit di Trio figuri anche Bill Bruford nonostante non vi abbia suonato, proprio perché Robert Fripp gli riconobbe l'idea di non aver mosso percussione alcuna. Che sia vero o no, è tipicamente da Robert Fripp, e non solo sul piano della mera provocazione tipicamente british
Fatto sta che passare da questa sorniona visione artistica (del 1974) al tirar fuori ben tre batterie (in questo 2016), ne passa.
A livello emotivo, il concerto di Roma ha smosso il freddo calcolatore che è in me: non nascondo che ascoltando cose come The Letters (una delle mie preferite insieme a Book of Saturday, purtroppo e invece non eseguita) o Epitaph, il mio cuore si è commosso all'inverosimile, solcando qualche lacrimuccia nella guancia ormai cinquantenne.
Però bisogna anche avere il coraggio di astrarsi, di uscire fuori da se stessi: splendidi tecnicismi, impressionanti controtempi su controtempi, ma troppi tom e troppe casse gratuite.
Mia moglie ed io avevamo due posti eccellenti, ma Mel Collins ce lo siamo persi spesso e volentieri... per tacer dei (rari, stranamente) solismi di Fripp, umiliati da fracassoni rullanti.
Per carità: Vroom riletta tipo Peter Gunn Theme ha avuto un suo fascino; Schizoid Man interrotta da un drum solo di quasi dieci minuti, è già diventato un mo(nu)mento di rara eternità; Talking Drum sembrava uscita due giorni fa... però c'è qualcosa che non torna in questa operazione.
Fripp mi ha insegnato - ci ha insegnato - a lavorare per sottrazione. Ricordiamo cose tipo Islands: la Les Paul del nostro idolo quasi non si sente. Ricordiamo The Night Watch: Fripp esegue un solo di rara nitidezza senza "petrucciare" mai. Ogni brano dei King Crimson, insomma, è sempre stato caratterizzato dall'incantevole incontro tra grazia e matematica, tra calcolo e improvvisazione, tra algoritmo e pause. Sottrazione, sottrazione, sottrazione.
Nel concerto di Roma, invece, si è persa totalmente questa attitudine, questo sapore, questa lezione di vita (come l'ha definita anche Bollani, presentando proprio Fripp e Zappa come suoi unici esempi di come ci si debba avvicinare alla composizione).
Qualcuno potrebbe farmi notare come nel dvd Radical Action to Unseat the Hold of Monkey Mind che racconta questo Elements Tour non ci siano gli echi della pessima acustica della Conciliazione, e che si possono apprezzare serenamente le tre batterie.
Ma non mi basta, e non posso accettare di dover ragionare con questi distinguo: quelle tre batterie sono diventate troppe. Una scelta artistica che francamente non riesco proprio a comprendere.
È vero, i King Crimson degli anni '90 ne avevano due: ma una era di Bill Bruford, delicato e perfetto come pochi. È vero anche che il Miles Davis elettrico di batteristi ne usò addirittura tre: ma erano misurati e ben calibrati.
Qui abbiamo avuto: Pat Mastellotto, che da sempre picchia troppo e senza fantasia; Gavin Harrison - anche direttore musicale - che ha usato il rullante come la carta sulla lingua; Jeremy Stacey, che notoriamente ha un'eccellente anima jazz, soffocata però dai due comprimari.
Tra le curiosità: girava voce che non avremmo mai ascoltato qualcosa del primo periodo con Adrian Belew. Leggenda vuole infatti, che lui e Fripp abbiano litigato di brutto. E proprio mentre mi stavo rassegnando a subire la censura sul trittico degli anni '80, parte Indiscipline in una mirabile versione "lirica 2.0"... le cui parole, guarda caso, non sono di Adrian, ma della moglie, Margaret.
Una volta, quando Fripp si ritirò temporaneamente dalle scene, scrissi che era finita un'èra. Ma non l'era del prog, cui solo gli ignoranti assimilano i King Crimson; semmai era finita l'èra della musica rispettosa di se stessa.
Sabato sera, i King Crimson hanno rispettato il passato, hanno dimostrato che ha ancora molto da dire, che è "attuale" e originale all'inverosimile... ma hanno dimenticato la musica.
Tornando al me romanticone, invece, questo è stato l'ultimo concerto rock cui ho assistito. Mi piace averlo fatto insieme ai miei amici di sempre. 


La scaletta 
Tuning Up
Larks’ Tongues in Aspic (Part I)
Pictures of a City
Cirkus
The Letters
Sailor’s Tale
Epitaph
Hell Hounds of Krim
Easy Money
Vroom
Peace: An End
Fairy Dust
Meltdown
The Talking Drum
Larks’ Tongues in Aspic (Part II)
----
Magic Sprinkles
Lizard
Indiscipline
The Court of the Crimson King
Red
The ConstruKction of Light
A Scarcity of Miracles
Radical Action II
Level 5
Starless
----
Devil Dogs of Tessellation Row
21st Century Schizoid Man

venerdì 4 novembre 2016

un modo concreto per aiutare le zone colpite dai terremoti

Ci sono persone che hanno i propri prodotti in magazzini considerati a rischio frana, ma che non si allontanano per paura di essere derubati di quel poco che gli è rimasto.
Aiutiamo queste famiglie, acquistando i loro prodotti.

Il botteghino della Gricia
Negozio provvisoriamente chiuso ma disponibile per spedizioni
kit della pasta alla Gricia
(vicino Amatrice)
www.ilbotteghinodellagricia.it
393 446 0526

Macelleria Casale De Li Tappi
Aperto e disponibile per spedizioni
Salumi di Norcia e prodotti dell'Umbria
www.norcineriadinorcia.it

Norcineria Felici
Disponibile per spedizioni
Prodotti di Norcia, Cascia e Umbria
www.norcineriafelici.it

Punto vendita caseificio di Norcia
Formaggio di Norcia, legumi e miele
+393331091291

Norcineria Ulivucci
Disponibile per spedizioni
Legumi, pasta, olio e vino
www.norcineriaulivucci.it

Cioccolateria Vetusta Nursia
Disponibile per spedizioni
www.norciaciok.it

Prodotti tipici di Gaffi
Disponibile per la spedizione
Legumi, formaggio e altri prodotti di Cascia e dell'Umbria
www.prodottitipicigaffi.it

Il Norcino di Campi di Norcia
Salumi artigianali di Norcia
www.ilnorcino.net

Norcineria F.lli Ansuini
Salumi di Norcia
www.ansuininorcia.com

Lanzi
Formaggi e salumi
www.lanzisrl.it

Azienda Agricola Persiani Roberto
Disponibile per la spedizione
Legumi, patate e zafferano di Cascia
www.zafferanoitalia.it

Valle del Sole
Azienda agricola Castelluccio
Disponibile per spedizioni
+393393724609
+383318149622

Moscatelli tartufi Norcia
Formaggio e tartufi
www.moscatellitartufi.com

Norcineria Coccia
Salumi di Norcia
Disponibile per spedizioni
+393337429996

Prosciutteria del Corso
Salumi di Norcia
Disponibile per spedizioni
+393939772180

Azienda agricola Sibilla di foglietti Enrico
Confetture, composte, salse, dolci, succhi e sciroppati
info@sibilladinorcia.com
+393471761488

Il Massaro di Norcia e Castelluccio
Miele, confetture e prodotti derivati
Disponibile per spedizioni e acquisti
www.ilmassaro.it

Norcia Food Online
Norcinerie, salumi e formaggi
Disponibile per spedizioni
www.norciafood.it

domenica 26 giugno 2016

il basso baffo di Enzo Pietropaoli colpisce ancora

Repubblica continua a sfornare ottimi cd jazz senza dare loro il peso che meritano; e quindi anche agli appassionati possono sfuggire titoli e idee che proposti in maniera più accorta troverebbero lo spazio che meritano. Come questo Lazy Songs a firma di Maria Pia De Vito e di Enzo Pietropaoli, accompagnati dalla chitarra di Adriano Viterbini.
Nella voce della De Vito c'è da fare i conti con la prima Joni Mitchell e con certi adagi liquidi di Joan Baez. A volte si perde per strada, soprattutto quando sfida i Talking Heads e Sting, ma spesso riesce a stabilire un'esatta connessione tra il profluvio di note della chitarra di Viterbini e l'elegante basso (elettrico!) del sempre sornione Pietropaoli.
E mentre Viterbini riesce a trattenere i miliardi di note che sarebbe capace di produrre senza requie, Pietropaoli continua a confermarsi un musicista di rara eleganza e umiltà. 
In alcuni momenti si sente che siamo di fronte a un esperimento rischioso, quasi sfrontato, dove la lettura in chiave di blues insegue memorie sparse in cui galleggiano Jefferson Airplane, Fleetwood Mac, Grateful Dead e Creedence Clearwater Revival, ma è un cd che merita spazio nella vostra collezione.
Una nota di merito va alle splendide letture di All this useless beauty di Elvis Costello, di I can't stand the rain di Ann Peebles e di Eleanor Rigby dei Bitols: ad alto volume ovviamente, da sentire almeno cinque volte consecutive.

martedì 12 aprile 2016

le possibilità di Herbie Hancock

Le autobiografie sono oggetti deliziosi, divertenti, spesso intriganti; però corrono il rischio di non essere credibili. 
Troppo facile suonarsela con disinvoltura, senza che uno spirito critico o almeno competente sappia rintuzzare imprecisioni o vanità.
Però Herbie Hancock è così simpatico, empatico e umilmente geniale, che non mi sono minimamente preoccupato di verificare nulla delle storie contenute nella sua pregevole autobiografia.
In questo suo libro, insomma, si ha la conferma esatta del suo pianismo: sempre attento alle novità, mai ripetitivo, con una cifra e uno stile duttili ma non furbi, che tendono spontaneamente a mettersi costantemente in discussione.
E stiamo parlando di un pianista che ha anche intrapreso strade ipercommerciali, mettendo in difficoltà anche i più tolleranti tra i suoi estimatori.
Eppure, e alla fine, da Herbie Hancock accetti qualunque cosa. 
Sicuramente, non è un libro storico, né tantomeno tecnico; in più, c'è un apparente tentativo di riappacificazione con chiunque abbia collaborato con lui (il mondo del jazz, si sa, vive anche di conflitti). 
Però, e alla fine, è un libro che merita di essere acquistato.